Scritti di Sergio Bianco nel dominio dei Simboli.

Escher. Viaggio nell’infinito, dal foglio al grande schermo

 

Escher-viaggio-nell'infinito-film

 

Riguardo all’opera di Escher,
il viaggio nell’infinito, per me, inizia da bambino:
ho dieci anni.
Un settimanale, trovato in casa per caso,
pubblica un articolo su Escher.

I miei occhi, in particolare,
non si vogliono staccare
da quel personaggio assorto,
seduto in basso, sulla panca,
che tiene tra le mani un cubo impossibile.

Il viaggio inizia lì, nell’estate del 1967,
con quel tipo misterioso che traguarda il cubo.
Poi lo perdo, anzi, lo smarrisco.

Il viaggio riprende molti anni dopo
quando ritrovo il mio eroe
in un libro monografico
comprato al volo in una bancarella dell’usato.
È un libro che guardo e riguardo infinite volte
studiando nel profondo
le pagine di quel labirinto
in cui entro per perdermi.

Così il viaggio continua in parallelo.
Escher, maestro del bianco e del nero,
delle costruzioni geometriche,
dei numeri applicati alla forma,
dell’equilibrio
e della divisione dello spazio,
mi accompagna idealmente
nel mondo dei simboli,
che , nella visione del Metodo Logogenesi,
sono forgiati grazie
all’allineamento di dodici codici.
Il nono codice è proprio la matematica.

“Io non sono un artista,
sono un matematico”, afferma Escher.

Il viaggio prosegue nel luglio 2016,
in occasione della mostra di Palazzo Reale,
a Milano.
Una fila d’attesa composta e rispettosa,
variegata e curiosa,
taglia Piazza del Duomo
lasciando un segno indelebile
nel cuore e nella mente delle persone.
Tutti insieme, lì,
ad aspettare ciò che non ti aspetti.

Il viaggio infinito prosegue
con la scoperta di “Inspiration”,
un video di Cristobal Vila.
Un capolavoro che,
attraverso musica, oggetti significativi
e immagini animate,
esprime la magia, la cultura e lo spirito
di un ipotetico laboratorio di Escher,
la fucina dove l’Artista forgia la sua opera.

Escher. Viaggio nell’infinito.
è il titolo del film di Robin Lutz
uscito da e per pochi giorni
nelle sale cinematografiche italiane.

Sono presente alla prima.

La suggestione del grande schermo
esalta la precisione assoluta
del tratto grafico di Escher.
Le sue xilografie, di misura contenuta,
resistono agli ingrandimenti più spinti
mantenendo la forza espressiva del dettaglio.

Le scene dei paesaggi italiani,
che Escher ha esplorato con amore,
entrano in dissolvenza
e si compenetrano con le opere incise.
Le animazioni prendono vita:
i voli visivi dei celesti volieri
si accompagnano al suono delle ali.
Le pozze d’acqua, animate in rifrazione,
riflettono la profondità
del micro e del macrocosmo.

Le metamorfosi si sviluppano
dall’esagono all’ape
dall’anatra al pesce,
dal giorno alla notte,
dalla scacchiera di Atrani
al cavallo nero che dà il matto.

Il film certamente mi ha affascinato
ma non mi ha fatto scoprire segreti.

Persone di famiglia come George Escher,
Jan Escher, Liesbeth Escher,
nei loro racconti, svelano ben poco.
È come se avessero vissuto
a fianco di un genio
senza trovare la chiave di accesso
o il desiderio di scoprire realmente
i livelli più profondi.

O forse il regista non ha saputo fare
le domande giuste per trovare
la vena aurea dell’ispirazione
come un fotografo con attrezzatura sofisticata
che non riesce a cogliere l’anima.

Andando oltre la bellezza complessiva del film,
quello che ho apprezzato meno
è la rilevanza eccessiva
che il regista riserva
alla simbologia di Escher
abusata nei tatuaggi.
Allo stesso modo, a mio parere,
Lutz da troppo risalto
alla deviazione fuori controllo
delle opere di Escher
massacrate con colori psichedelici.
Tutto questo innesca
una vibrazione spiacevole persistente
che scalfisce l’armonia dell’insieme.

Nella mia visione,
la Mostra di Palazzo Reale, a Milano,
esalta il genio di Escher
ponendolo al centro contemporaneo
di una città viva e pulsante
che rispetta in pieno l’artista
ascoltandolo con Attenzione.

Diversamente, il film di Robin Lutz
esalta il genio e al tempo stesso lo offende
poiché inserisce, nella celebrazione,
ciò che per Escher è insopportabile.

Concludo con l’immagine
che ha colpito quel bambino di dieci anni.

Non è il palazzo a tre piani con arcate.
Non è la scala con 19 pioli, (ora si entra nel venti)
generatrice di una prospettiva irreale.
Non sono l’uomo e la donna, su piani diversi,
che scrutano orizzonti opposti.
A pensarci bene,
non è neanche quel personaggio assorto
seduto in basso, sulla panca,
che tiene tra le mani un cubo impossibile.
Ciò che colpisce quel bambino è un foglio.
Il foglio
che il personaggio assorto sta traguardando.

Il foglio del progetto.

Da quel foglio nasce il viaggio nell’infinito.

Sergio Bianco, Logogenesi

 

 

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