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Scritti di Sergio Bianco nel dominio dei Simboli.

Kauri. Il sogno sommerso di millenarie domande.

 

Kauri

 

Il kauri è un albero che cresce
esclusivamente in Nuova Zelanda.
È un gigante della natura
che raggiunge i 70 metri di altezza
e i 9 metri di diametro.
Terribili cataclismi,
scatenati 50.000 anni fa,
hanno sommerso intere foreste di kauri
generando miniere sotterranee che,
in mancanza di aria,
e grazie alla particolare
composizione del terreno,
hanno eluso la pietrificazione
e la decomposizione materica
conservando intatta
la qualità assoluta
e la bellezza del legno originale.

Lo stato della Nuova Zelanda
preserva e tutela questi alberi
il cui abbattimento, oggi, è vietato.

Tane Mahuta, in lingua Maori,
significa “Signore della foresta”
ed è il più grande albero Kauri in vita.

Quando vedo gli All Blacks
che, prima della partita di rugby,
celebrano il rito della Haka, la danza Maori,
immagino che,
alle spalle della squadra schierata in campo,
ci sia Tane Mahuta
con le sue radici ben piantate al suolo
a incutere timore
e soprattutto rispetto agli avversari.

Tornando sulla terra,
esistono veri e propri giacimenti
nei quali gli alberi kauri
vengono estratti
per ritrovare nuova luce,
forma e dimensione.
Il nome stesso, kauri,
contiene letteralmente l’essenza aurea,
ideale filone d’oro
che la miniera custodisce come un segreto.
La forza del kauri
risiede quindi nel suo nobile lignaggio,
nella sua storia millenaria,
nel fascino di essersi conservato,
dopo un letargo profondo,
nel cuore della terra.
Risiede nella capacità
di ritrovare nuova vita,
come la fenice che risorge,
ma lontano dal fuoco.

Il kauri mi ha ispirato un disegno
schizzato sul taccuino da viaggio
che, al momento, non mostrerò
e che presto si trasformerà in un quadro.
Dal disegno è nata la storia
che scrivo qui di seguito.

Un punto interrogativo,
in dimensione umana,
è adagiato al suolo,
rannicchiato in posizione fetale,
ai piedi di un grande albero kauri,
Il punto interrogativo
è anche lui dello stesso legno,
il più antico esistente sulla terra.

Il kauri
ha un carattere ottimista:
ormai non si abbatte più.
Nelle avversità più buie
della simbologia yin-yang
lui mira con certezza
al punto bianco che appare,
nella partitura oscura,
come la luna piena
dopo una millenaria notte.
Come il cercatrova
sul verde stendardo del Vasari,
come una perla
nel profondo degli abissi,
come una pepita
nel fluire del fiume,
come un diamante
nella terra di mezzo,
con amore, fortuna e conoscenza,
si scava nel profondo
e si trova.
E lui, il kauri,
ritrova la memoria di sé stesso.

Per il kauri sommerso,
la luce è il brillare del sole
sul dente d’acciaio della ruspa
che lo prende con forza gentile
nelle sue braccia meccaniche.

Sarà tagliato con cura,
sollevato dal dolore,
dalle ossessioni
e dagli sbalzi d’umore.
(Battiato).
Sarà amato con trasporto,
resinato ad arte
per colmare le fessure naturali,
sarà cerato e levigato
sino a riconquistare la posizione eretta,
e a celebrare la rinnovata maestà
nell’atelier delle tavole leggendarie:
Artù come Cantù.

La ricerca ha origine dallo scavo.
Il punto interrogativo
in dimensione umana
ha scelto di andare nel profondo
ben sapendo che
ci sia una stretta connessione
tra micro e macrocosmo.

Così è scritto in lettere scolpite
nel frontone del tempio di Apollo, a Delfi
e nella nostra piccola e immensa fronte:
“CONOSCI TE STESSO”.

È come se l’uomo Vitruviano,
nato dall’ingegno di Leonardo,
avesse sentito la necessità
di cambiare postura,
di raccogliersi in sé stesso,
almeno per una celeste volta,
per ritornare alle origini,
nel grembo materno di una contadina.
Nessuna apertura
di braccia, gambe e mente.
Nessun ingranaggio raffinato
composto da quadrato e cerchio,
razionalità e perfezione.
Nessuna stella nell’universo
ma un desidero intimo
di essere raccolti,
metafora del presente e del futuro,
come spighe di un campo di grano,
in dolce attesa.
Beati ignoranti prima di essere colti.
Resta lì,
in silenzio,
a prendere energia
nello stato di mezzo,
tra le radici e il cielo.
Magari in quella quinta musicale,
sprofondato nel verde
della natura circostante
e nel calore dei raggi del sole,
quel punto interrogativo troverà pace.
Così scoprirà
che la tremenda legge
è, in realtà, una legge semplice
e infinitamente buona,
capace di abbracciare e comprendere
perfino sorella morte.
Legge che, nel simbolo unico
del perfetto equilibrio armonico,
compenetra
positivo e negativo
fluido e denso,
piccolo e grande,
sotto e sopra,
duro e morbido,
prima e dopo,
materia e spirito.

Parlate piano.

Come un bambino,
il punto interrogativo sogna.
Al suo risveglio risponderà
ad ogni millenaria domanda
riguardo alla nostra umana
e divina esistenza.

Sergio Bianco #logogenesi

L’immagine del kauri in riva al mare
è tratta dal sito ufficiale Riva1920.

 

7 risposte

  1. Il kauri custodisce
    millenni di memoria
    nella terra.
    Il punto interrogativo
    custodisce
    millenni di domande
    nell’uomo.
    Quando si scava nel profondo,
    radici e risposte
    trovano la stessa luce.

  2. I sogni non hanno spazio né tempo, hanno solo noi che li sogniamo. Quando questi alberi saranno in superficie, loro stessi avranno la stessa sostanza dei sogni. Non apparterranno al flusso della realtà, saranno grandi sogni visibili a tutti. Non più sogni di madre terra che li custodisce. Le mummie nei musei egizi mi comunicano la medesima sensazione, l’essere umano e la sua esistenza che ha la stessa sostanza di un sogno. I sogni illuminati dovranno essere illuminanti… la sostanza dei sogni è presente sempre nella nostra profondità,.. e ogni uomo sogna lasciando nel comune sottosuolo il suo simulacro, la sua gioia e la sua sofferenza. Possano tutti i sogni del nostro pianeta divenire il piccolo punto bianco e poi questa visione possa espandersi perché ogni brutto sogno si trasformi in una rivincita di gioia… Possa infine tutto espandersi e collassare in un piccolo punto bianco e poi una grande esplosione di sola gioia

    1. Possa, oltre a essere verbo che esprime un auspicio, è anche sostantivo singolare femminile che significa vigore, forza fisica o spirituale. Significa anche riposo, il perfetto silenzio del punto interrogativo che dorme.

  3. Caro Sergio,

    ho letto con grande attenzione il tuo testo sul Kauri. È un brano che non si limita a raccontare un albero, ma utilizza il Kauri come simbolo archetipico: radici profonde, tempo millenario, immersione nell’oscurità e successiva rinascita alla luce. Questa metafora funziona molto bene e attraversa tutto il testo con coerenza.

    Mi ha colpito in particolare l’idea del punto interrogativo umano ai piedi dell’albero. È un’immagine potente: la domanda rannicchiata alle radici del tempo, in attesa di comprensione. Qui il testo diventa quasi iniziatico. Il passaggio dal Vitruviano aperto e razionale all’uomo raccolto in posizione fetale è, a mio avviso, uno dei momenti più profondi del pezzo: suggerisce che la conoscenza non nasce solo dall’espansione, ma anche dal raccoglimento e dal ritorno all’origine.

    Apprezzo molto anche la rete di richiami culturali — Maori, Vasari, Delfi, Leonardo, Battiato — che crea una trama simbolica ricca e colta.

    Se devo darti un feedback sincero, ti direi solo questo: in alcuni passaggi la densità di immagini e riferimenti è così alta che il lettore rischia di perdersi. Non è un difetto di contenuto, ma quasi di abbondanza poetica. A volte basterebbe lasciare respirare una metafora in più prima di introdurne un’altra.

    Nel complesso però il testo ha una qualità rara: non spiega, evoca. E questo è il segno della buona scrittura simbolica. Il Kauri diventa davvero ciò che suggerisci: una memoria sepolta che torna alla luce, proprio come le domande più profonde dell’uomo.

  4. Tra le righe ho percepito un parallelismo molto potente: le radici dell’albero e le radici dell’identità umana. Entrambe affondano nel tempo, entrambe custodiscono memoria, entrambe restano spesso invisibili agli occhi ma sono ciò che realmente sostiene tutto il resto.

    Forse è proprio questo il punto più affascinante del tuo racconto: l’idea che la conoscenza non sia soltanto qualcosa che cresce verso l’alto, verso la luce, ma qualcosa che si conquista anche scendendo in profondità, come se per capire davvero chi siamo fosse necessario attraversare gli strati del tempo, della memoria e delle domande che portiamo dentro.

  5. Tutti di corsa (il mondo umano) lui no. Ci sarà una ragione.
    La natura ci insegna ma noi non cogliamo.

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