
Se, di fronte alla scala,
tu vedessi una locandina intitolata
“Concerto
per due motoseghe scordate”
cosa faresti?
Io entrerei.
Anche perché la scala di cui parlo
potrebbe essere in legno,
larga in fondo e stretta in cima,
ideale per salire
sugli alberi maestri.
Alberibelli è una parola fondamentale
nella mia filosofia.
Non esisteva
e l’ho necessariamente inventata
insieme alla mia preziosa compagna.
Nel suo doppio senso,
significa infrangere le abitudini
e comprendere il valore del tempo
vivendo nella pienezza
gli spazi minuti ancora liberi.
È una ribellione pura,
in armonia con la bellezza
di Madre Natura.
Così, grazie a questa mia filosofia,
prima del sorgere del sole
mi trovavo in una spiaggia libera
tra Santa Margherita e Portofino.
Tuffo corroborante e stile libero
(erroneamente definito dorso)
nel sole del mattino
che traccia sul mare
una strada liquida di luce.
In questa baia
c’è una rimessa per barche
gestita da giovani
che noleggiano le canoe.
Ma loro, ogni mattina,
anziché accogliere a braccia aperte
il tesoro sorgente,
si presentano all’appuntamento
con l’astro divino
in ritardo di due ore. (!)
Alle 8, a spaventare il silenzio,
arrivano anche due operai del Comune
con le loro motoseghe vere,
purtroppo non mentali.
La mareggiata aveva arenato
diversi tronchi levigati
e ai due operai spettava il compito
di tagliarli e accatastarli.
Che occasione sprecata
quei tronchi recapitati via mare
a costo zero
e poi tagliati alla cieca,
senza amore e conoscenza!
Nel silenzio frangibile
parte la prima motosega.
Allora cerco di integrare
quel rumore meccanico
con un suono interiore
e mi illudo di riuscirci.
Ma, contemporaneamente,
entra in azione
la seconda motosega
che rivela i miei limiti.
Infatti le due motoseghe
avevano frequenze discordanti:
la prima era accordata in fa,
voce del verbo fare,
e la seconda in boh,
la nota del mistero ignorante.
Il caso sincronico
suggeriva di andare via.
Procedo quindi per Portofino
e raggiungo
una seconda spiaggia libera
alla quale si accede
grazie a una ripida scala nascosta.
È quasi un passaggio segreto.
Scendo fino al mare
e appoggio la schiena
a un enorme masso
che si erge sulla spiaggia come un menhir.
Estraggo il taccuino
e inizio a scrivere con la bic,
la mia bicchetta magica.
Dopo un’ora ricompaiono i due operai
che dovevano ripulire dai tronchi
anche quella seconda spiaggia.
Seminare è un’arte che devo affinare.
Così mi allontano ancora
e mi dirigo a piedi
fino al borgo di Portofino,
il porto dei delfini
ancorato nel mio cuore
grazie ad un evento memorabile.
Nel mese di settembre 2003
ho noleggiato il Castello Brown
e ho esposto in miei quadri
della collezione
“La forza della non gravità”.
Trenta giorni di sole.
Arrivavo in bici
e accedevo al castello
con una chiave enorme.
Un centinaio di quadri esposti nei saloni,
il portale dei simboli
scolpiti in legno dal Maestro Pieroni,
oltre 8500 visitatori
e la mia presenza costante
per comunicare
con le persone interessate.
Tra loro, anche due esponenti
della Reale Mutua Assicurazioni
inviati in avanscoperta
ad esplorare la Mostra.
Mi contatteranno poi
per commissionare
il quadro celebrativo dei 175 anni
dalla fondazione della loro Impresa.
Per Reale Mutua
ho creato un ombrello
composto da 175 punti di colore
che genera, sopra e sotto,
un magico cilindro di “non pioggia”.
Il quadro sarà esposto
nei mesi successivi,
il 5 aprile 2004,
all’auditorium del Lingotto di Torino
in occasione del concerto
della Filarmonica della Scala
diretta dal Maestro Riccardo Muti.

Torniamo al presente.
Vado in cerca di alcuni amici.
Passo dal ristorante Delfino
ma Carmelo non c’è: è in America.
Chiedo di Giancarlo,
gestore del Castello Brown
ai tempi della Mostra.
Lui opera tra Genova e Portovenere.
Lo chiamo e mi risponde la volo:
parliamo del futuro.
Una spremuta di arance nella piazzetta
mentre, dalla parte opposta,
c’è il solito focus di attenzione
intorno a una modella
in posa per un servizio fotografico.
Dulcis in fundo,
vado per un saluto
nel centro culturale di Portofino:
il panificio di Mariangela.
Quando mi vede si illumina.
Ecco le sue parole:
“quella sera di settembre
è stato uno dei momenti
più belli della mia vita.
Salire al castello,
visitare la mostra,
un quadro dopo l’altro
e vedere i colori di quel tramonto
dalla terrazza del castello
insieme all’artista,
oltretutto anche un bel figo..”
(Trascrizione autentica.)
Mentre mi regala
un pezzo di focaccia
mi chiedo:
come può una persona
che, da una vita,
sforna ogni giorno il pane
e altre squisitezze,
spostarsi di poche centinaia di metri
dal cuore di Portofino
e ricordarsi di quel momento
come se fosse un viaggio
in altra dimensione?
Che cosa è la ricchezza?
È semplice.
Non ho detto è facile.
Ho detto è semplice
così come la normalità è il miracolo.
La ricchezza è accorgersi della bellezza.
Se te ne accorgi nei gesti quotidiani
sarai pienamente ricco:
la contempli,
la fai entrare nel tuo tempio
e sarai serenamente contento.
Diversamente,
se la compri
senza fatica e senza merito
o ti sforzi di possederla
(il lusso è lussazione,
dolore per eccessivo sforzo)
dimostri di essere superficiale,
soffrirai comodamente
e probabilmente non sarai mai soddisfatto.
Ecco cosa accade
viaggiando con il caso sincronico,
la polena in legno di quercia
donata da Minerva agli Argonauti,
il navigatore folle,
dove folle è la marcia in più.
E allora tutto si manifesta
in modo benefico
nel nero e nel bianco
delle forze contrapposte
presenti in equilibrio
e compenetrate
nello stesso Simbolo.
Grazie a chi lo sa decifrare,
il caso sincronico!
Grazie ad Alberibelli
e grazie a quel concerto,
toccata e fuga di Boh,
per due motoseghe scordate.
Sergio Bianco #logogenesi
Una risposta
La bellezza
è sempre presente.
La ricchezza
è accorgersene.